REYN ITALIA
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Il Global Teacher Prize e le insegnanti di frontiera

Global Teacher Prize.
Quando, anni fa, Andria Zafirakou ha varcato la soglia della Alperton Community College non immaginava che un giorno il suo lavoro l’avrebbe portata a Dubai, per la premiazione del prestigioso Global Teacher Prize 2018.

Il Global Teacher Prize, il nobel degli insegnanti, è promosso dalla Varkey Foundation e ha l’obiettivo di ricordare al mondo l’importanza di non lasciare nessun studente indietro, di contrastare la povertà educativa, di rendere l’istruzione effettivamente inclusiva.
Il premio consiste in un milione di dollari da spendere in progetti scolastici e ben 50 erano i docenti a contendersi il Global Teacher Prize, scelti tra più di 40.000 candidati di 173 paesi.

Andria Zafirakou, londinese dal cuore greco, insegna nel quartiere di Brent, nell’estrema periferia di Londra, in una delle scuole più complesse del paese: l’istituto è un mosaico di etnie e lingue, un bacino di reclutamento per le bande criminali della zona, ed è frequentato da ragazzi socialmente svantaggiati.

Per questo motivo, il lavoro di Andria non si esaurisce in classe.
Oltre ad insegnare arte e arti tessili, la vincitrice del Global Teacher Prize accompagna personalmente i suoi allievi alla fermata del bus, munita di walkie-talkie e in raccordo con la polizia locale, per evitare che vengano presi di mira dalle gang del post e per segnalare alle autorità eventuali reclutatori.

Tra i candidati al Global Teacher Prize c’era anche una docente italiana: la Professoressa Lorella Carimali, insegnante di matematica, 55 anni, milanese. Secondo la prof., il futuro si costruisce assieme, non da soli: l’ha imparato da piccola, quando con la sua famiglia abitava nelle case di ringhiera del quartiere Stadera, dividendo il bagno sul ballatoio con altre famiglie.

«Quando dividi qualcosa di così intimo come il bagno con qualcuno, l’estraneo non è più una persona di cui aver paura ma un amico, una risorsa. E è questo il mio atteggiamento verso il mondo».

Lorella Carminali, ha rinunciato ad offerte di lavoro nel privato per scegliere la scuola pubblica e mettere la sua passione al servizio della comunità.
Oggi guadagna molto meno di quanto avrebbe potuto, ma la gratitudine degli studenti e la percezione di generare un cambiamento a partire dalle sue lezioni, valgono più di ogni altra cosa.

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Confini al Centro: Convention sulla povertà urbana dal 11 al 13 maggio

confini al centro
Associazione 21 luglio, in partenariato con l’Università “Tor Vergata” di Roma e la Rete Reyn Italia, promuove una Convention di 3 giorni per confrontarsi e raccogliere contributi attivi sul tema della povertà urbana. Un importante momento di incontro e confronto anche per i membri della Rete Reyn con esperti provenienti da tutta Italia.

La Convention si terrà a Roma dal 11 al 13 maggio 2018 presso l’Auditorium “Ennio Morricone” Università di Roma “Tor Vergata”

L’Italia del post elezioni si presenta come un Paese fragile, segnato dalla diseguaglianza, dove la povertà è la caratteristica endemica delle città che incide più sulle bambine e i bambini che su ogni altra classe di età. Ci troviamo di fronte ad una “urbanizzazione della povertà” dove la segregazione sociale si declina in diverse forme: quartieri per ceti benestanti; spazi periferici popolati da gruppi a minore reddito; aree omogenee per lingua e religione; “campi nomadi”; “baraccopoli” che accolgono gli immigrati, iper-ghetti popolati da lavoratori stagionali, centri di accoglienza per richiedenti asilo. Ogni anno importanti quote della popolazione finiscono per intraprendere traiettorie di impoverimento.

Obiettivo della Convention “CONFINI AL CENTRO” è quello di analizzare le cause e gli effetti delle diverse forme di povertà urbana presente nei CONFINI delle nostre città al fine di promuovere linee di orientamento in grado di offrire soluzioni realmente efficaci che pongano al CENTRO l’individuo, i diritti umani fondamentali e la lotta ad ogni forma disuguaglianza e discriminazione.

Attenzione particolare verrà data all’educazione e all’infanzia alle quali sono dedicati due gruppi di lavoro specifici relativi all’educare in periferia e alla lotta della povertà educativa.

La Convention è a numero chiuso e l’iscrizione è obbligatoria fino ad esaurimento dei posti disponibili.

Per le iscrizioni clicca qui.

Per ulteriori informazioni: confinialcentro.com

KRAEEYN, ovvero buone pratiche educative dal Kosovo

I quattro membri della rete KREEYN Kosovo

La due giorni di interscambio con i professionisti della rete KREEYN (Reyn Kosovo) – cui hanno preso parte membri e il Kosova Education Center di Prishtina (ONG che si occupa di formazione e attività con bambini della scuola primaria e secondaria, diritti umani e advocacy), Save the Children Kosovo, il Balkan Sunflower Kosovo e il Nevo Koncepti – si è conclusa con successo.

Dopo una prima full immersion nella realtà romana, durante la quale gli ospiti sono venuti in contatto con la realtà di alcune famiglie rom in emergenza abitativa e segregazione ma anche con progetti educativi inclusivi e di successo, nella seconda giornata si è svolto un incontro aperto grazie al quale i partecipanti si sono potuti cimentare in un confronto tra buone pratiche educative tra Kosovo e Italia.

Il dibattito si è aperto con una premessa essenziale, quella di non generalizzare né pensare per stereotipi. È cioè importante condividere informazioni e azioni di successo da rivolgere alla prima infanzia rom, non in quanto rom ma in quanto minori che vivono in condizioni di disagio abitativo e povertà educativa. Passate in rassegna le principali problematiche riscontrate tra gli alunni che vivono nelle baraccopoli italiane (quali il ritardo delle competenze scolastiche accumulato negli anni, le competenze linguistiche, la mancanza di un setting adeguato per lo studio, il senso di esclusione provato in classe dai bambini e l’assenza di motivazione o aspettative da parte degli insegnanti), si è passati all’approfondimento degli elementi comuni tra quelle che sono invece considerate buone pratiche.

Secondo l’analisi di Associazione 21 luglio è possibile conseguire buoni risultati quando si lavora su tre livelli fondamentali: 1. le aspirazioni del bambino; 2. la motivazione e la partecipazione dei genitori; 3. La motivazione degli insegnanti (cambia radicalmente se si dimostra che il bambino è seguito).

Gli interventi del progetto implementato dalla rete kosovara dedicata alla prima infanzia rom (KRAEEYN) sono mirati all’implementazione dell’accesso all’educazione di minori rom, ashkali ed egiziani. Nella testimonianza degli operatori kosovari, l’assenza di una raccolta organica di dati è sentita come un ostacolo preliminare nella valutazione corretta dell’accesso ai servizi delle diverse comunità. Per quanto riguarda l’istruzione, ad esempio, il ministero non ha dati complessivi ma solo quelli parziali su quanti frequentano (uno degli obiettivi del Kosova Education Center è proprio quello di fornire maggiori informazioni sui minori che restano fuori dal circuito scolastico), principalmente perché nelle zone rurali le statistiche non arrivano.

Se tra queste comunità, molte famiglie vivono in condizioni di disagio, specialmente al di fuori delle aree urbane, non esiste alcun tipo di ghettizzazione etnica. Non vengono effettuati censimenti etnici e, nell’accesso ai servizi, si tende piuttosto ad indicare la nazionalità di appartenenza (albanese, turca, serba o kosovara).

Tra diversità e similitudini, l’interessante interscambio con il Kosovo si è concluso con l’intervento di Driton Berisha alla John Cabot University sul fenomeno dei matrimoni precoci e l’impegno attivo per contrastarlo.

Interscambio Reyn: il 7 febbraio una giornata di confronto con professionisti dal Kosovo

 

Continua il nostro percorso di confronto internazionale sulle pratiche educative rivolte all’infanzia rom.

Questa volta invitiamo a partecipare ad una mezza giornata di interscambio con una delegazione proveniente dal Kosovo guidata da Driton Berisha Coordinatore di Progetto presso il Kosova Education Center ONG impegnata nella nella formazione agli insegnanti sui seguenti assi:

1) Qualità del processo Educativo,
2) Diritti Umani,
3) Partecipazione e Networking nell’implementazione delle politiche,
4) Ricerca nell’Educazione.

Insieme a loro avremo la possibilità di confrontarci sulla condizione dell’infanzia rom in Italia e in Kosovo e sulle pratiche educative sperimentate nei due Paesi per aumentare l’inclusione scolastica dei minori rom.

La giornata si terrà il 7 febbraio 2018 a Roma presso il CESV in Via Liberiana, 17 a partire dalle ore 9,00.

La partecipazione è gratuita e l’iscrizione obbligatoria fino ad esaurimento dei posti disponibili. Per prenotarsi o per ricevere informazioni aggiuntive è sufficiente scrivere a reynitalia@21luglio.org

Vi aspettiamo!

L’ultima tappa di Emma: l’esperienza al MOCI di Cosenza

Prosegue il percorso di Emma fra le pratiche educative innovative in Italia. In questa ultima tappa ci parla della sua esperienza presso l’ONG MOCI di Cosenza.

Eccoci per l’ultima tappa! Questa volta è a Cosenza nel sud dell’Italia presso la ONG MOCI (Movimento Cooperazione Internazionale). L’organizzazione promuove attività di cooperazione e sviluppo in Italia e all’estero. Sul territorio italiano ha tre sedi: Reggio Calabria, Cosenza e Milano.

A Cosenza il MOCI opera nei pressi del centro città e ha iniziato le proprie attività con i minori rom provenienti dalla Romania residenti nella baraccopoli di Cosenza, sgomberata nel 2011. Attualmente rivolge le proprie azioni a minori italiani e stranieri in condizione di disagio economico e/o sociale. L’associazione offre diversi servizi: accompagnamento scolastico, doposcuola e corsi di italiano per stranieri a giorni alterni. Il doposcuola è aperto tre volte alla settimana: il lunedì, il mercoledì e il venerdì dalle 15:30 alle 18:00.

Al momento il doposcuola conta 21 iscritti dei quali 12/13 frequentano tutti i giorni con continuità. Tra gli utenti, soprattutto minori provenienti dalla scuola primaria e secondaria di primo grado.
Il doposcuola è aperto dalle 15 fino alle 17. Al termine della giornata dopo due ore intense di attività molti bambini si fermano per fare merenda e per giocare insieme.
Le attività vengono portate avanti da instancabili volontari. Fra di essi ci sono maestre e mastri in pensione e giovani universitari che mettono a disposizione il loro tempo e le loro competenze per portare avanti le attività dell’associazione.

È stato sorprendente vedere con quanto entusiasmo i bambini e le bambine vengono per fare i compiti a casa! Mi sono sembrati tutti incredibilmente volenterosi allo studio e attenti!
La forza del progetto promosso dal MOCI risiede nel metodo volto a responsabilizzare il minore rispetto al proprio percorso educativo. L’organizzazione infatti stabilisce un contatto diretto con i partecipanti alle attività creando con ciascuno di essi un patto rispetto al loro percorso educativo. Il patto che si firma ha 4 regole da rispettare e indubbiamente li aiuta ad orientarsi all’interno del percorso educativo. Un altro sistema di incentivi sviluppato dall’associazione è quello degli “smile”. Ogni partecipante alle attività accumula degli smile in base alla propria condotta che gli permette di avere delle “promozioni” alla fine del mese.

Il metodo seguito dall’associazione mi sembra innovativo ed efficace e proverò a promuoverlo e ad applicarlo nel contesto in cui opero. L’esperienza al MOCI mi ha dato modo di confrontarmi con una nuova e interessante modalità di promuovere l’inclusione dei bambini che vivono in contesti difficili ma mi ha anche di vedere come la volontà di ogni singolo può contribuire in maniera decisiva a costruire una comunità più equa ed inclusiva.

Reyn Italia scrive all’Assessora Donazzan: no all’antiziganismo, puntare sulle buone pratiche

In seguito alle dichiarazioni dell’Assessora Regionale Elena Donazzan («Se si vuole avere qualche speranza che vengano educati, bisogna togliere i bambini dagli 0 ai 6 anni ai genitori rom e sinti») la rete REYN Italia ha scritto e inviato una lettera alla rappresentante istituzionale. Di seguito la versione integrale del documento:

Gentile Assessora,

siamo una Rete nazionale formata da persone che lavorano a stretto contatto con le comunità rom nel campo dello sviluppo nella prima infanzia. Abbiamo seguito attoniti le sue affermazioni relative all’educazione dei figli dei rom e dei sinti che sono state riportate da diversi quotidiani – iIl Giornale di Vicenza, la Repubblica, Il Mattino di Padova, Il Giornale – e che lei stessa ha postato sulla sua pagina Facebook invitando “a togliere il velo dell’ipocrisia” e ad “usare il buonsenso”. Nel suo post sui social lei sembra confermare quella che ritiene possa essere una proposta applicabile, ovvero quella di “togliere i bambini dagli 0 ai 6 anni ai genitori rom e sinti”, affermando successivamente che “se un italiano si comportasse così con i propri figli, un assistente sociale glieli toglierebbe subito”.

A questo proposito, ci preme informarla che in Italia il 60% della popolazione rom e sinti è di cittadinanza italiana e solo 1 rom su 5 in Italia vive in emergenza abitativa, in condizione di esclusione sociale e precarietà economica.

Le sue affermazioni, oltre ad apparire pericolose, risultano palesemente discriminatorie e contrarie ai principi fondamentali sanciti dalla Costituzione.
La sottrazione di un figlio dalla propria famiglia rappresenta un provvedimento estremo che viene preso dall’autorità giudiziaria nei confronti di un soggetto con manifesta incapacità genitoriale, che non deve avvenire mai per motivi economici e comunque sempre applicato a situazioni individuali, nel maggiore interesse del minore. Peraltro l’allontanamento rappresenta sempre e comunque un evento doloroso per il bambino e per la famiglia, per cui va sempre ponderato. Si tratta di un provvedimento che riguarda indistintamente cittadini italiani e stranieri, rom e sinti compresi, in base alle valutazioni delle autorità giudiziarie, per cui è già una legge uguale per tutti.

Dalle sue dichiarazioni sembra che lei invece auspicherebbe una norma che permetta indiscriminatamente di togliere i bambini nella fascia 0-6 ai genitori rom e sinti in quanto intrinsecamente incapaci di educare i propri figli. Tale affermazione, oltre a stridere con i principi costituzionali, ci proietta in un passato non troppo lontano quando, in diversi Paesi europei, la sottrazione dei minori rom rappresentava il principale strumento per lottare contro quella che veniva definita la “piaga zingara”.

Ci preme ricordarle come il suo ruolo istituzionale le impone il preciso mandato di adoperarsi per rimuovere gli ostacoli che negano il pieno raggiungimento del diritto all’istruzione di tutti i bambini e i ragazzi, con particolare attenzione a chi i mezzi non li ha o vive in situazione di disagio socio-economico. Una vasta letteratura scientifica e numerose esperienze dimostrano come il denaro investito in politiche educative nell’età 0-6 anni, soprattutto per le fasce economicamente e socialmente più deboli, è vantaggioso sia in termini di risultati educativi e sociali che anche in termini meramente economici.

Il nostro Paese non ha bisogno di affermazioni sensazionalistiche e utili solo a incrementare un pericoloso antiziganismo.

Se ha intenzione di affrontare in modo serio e rigoroso il problema dell’infanzia che vive in condizione di precarietà economica e segregazione abitativa, di azioni utili se ne possono fare parecchie, iniziando da percorsi educativi inclusivi e di qualità per tutti che nell’esperienza internazionale della nostra Rete sono il risultato di azioni volte a rafforzare il coinvolgimento delle famiglie nei percorsi di studio dei bambini in condizioni di fragilità, a promuovere interventi educativi e strategie didattiche personalizzate e motivanti, avvalersi di personale specializzato nella mediazione culturale e educativa, sostenere le scuole perché possano attivare percorsi extrascolastici e non-formali per sostenere i bambini che hanno maggiore difficoltà nell’apprendimento.

Siamo in grado di fornirle molteplici esempi di esperienze virtuose ed efficaci consolidate in diverse città italiane, per questo restiamo a disposizione per un incontro che ci auguriamo voglia accordarci.

Le auguriamo una più approfondita riflessione sul tema,
e buon lavoro,

REYN Italia (Romani Early Years Network – Rete per la Prima Infanzia Rom)
https://reynitaliablog.wordpress.com/

Pubblicato il terzo rapporto CRC sull’infanzia e l’adolescenza in Italia

È stato pubblicato oggi il terzo rapporto CRC sulla condizione dell’infanzia in Italia (Gruppo di Lavoro per la Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza), 11 capitoli cui hanno contribuito 144 operatori delle 96 associazioni che costituiscono il gruppo CRC. In particolare il gruppo di advocacy REYN Italia e Associazione 21 luglio hanno contribuito per il capitolo dedicato all’infanzia rom in Italia.

Rapporto Supplementare CRC

I diritti dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia.

3° Rapporto Supplementare alle Nazioni Unite sul monitoraggio della Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia, anno 2016-2017
6 dicembre 2017

In occasione dell’esame dell’Italia del prossimo anno presso il Comitato ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza le 96 associazioni del Gruppo CRC pubblicano il 3° Rapporto Supplementare di monitoraggio dell’attuazione della Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza (CRC) in Italia e dei suoi Protocolli Opzionali. Il rapporto con 157 raccomandazioni si rivolge a rappresentanti del Governo, agli Enti Locali, nonché ai parlamentari auspicando che ogni istituzione possa, nel proprio ambito di intervento, adoperarsi al fine di risolverle e di migliorare le politiche per l’infanzia e l’adolescenza in Italia.

SCARICA IL REPORT

Giornata dell’Infanzia, sono 15 mila i minori rom nelle baraccopoli

Si celebra oggi la Giornata per i diritti dell’Infanzia. Associazione 21 luglio e la rete REYN Italia: «I circa 15 mila minori rom che risiedono nelle baraccopoli italiane vivono un’esistenza di diritti negati. È necessario de-etnicizzare le politiche per una reale inclusione».

Roma, 20 novembre 2017. Come ogni anno si celebra anche in questo 2017 la Giornata Internazionale per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza per ricordare la ratifica della Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia avvenuta a New York nel 1989.

In questa occasione Associazione 21 luglio e la rete REYN Italia (Romani Early Years Network) – impegnate nella promozione dei diritti e del benessere delle bambine e dei bambini – denunciano la condizione drammatica in cui versano i circa 15 mila minori rom residenti nelle baraccopoli formali e informali del nostro Paese. Nella Capitale si stima una presenza di circa 4100 minori rom in emergenza abitativa e in condizioni di povertà: 1350 di età compresa tra gli 0 e i 6 anni, 2750 sono quelli tra i 7 e i 18. La vita di tutti questi minori è segnata dall’esclusione sociale, dallo scarso accesso ai servizi sanitari e dalla stigmatizzazione da parte della società. Per questi bambini l’aspettativa di vita è di 10 anni inferiore rispetto alla media, in un caso su 5 non inizieranno mai un percorso scolastico e avranno possibilità prossime allo 0 di intraprendere una carriera universitaria.

A ostacolare il pieno godimento del diritto all’istruzione sono – in primis – le condizioni abitative. La maggior parte delle baraccopoli si caratterizza per la lontananza da servizi essenziali, collocati nelle estreme periferie delle città e spesso a ridosso di zone inquinate e insalubri. La carenza di reddito, la discriminazione, l’esclusione sociale, la deprivazione culturale e l’inadeguatezza dello spazio abitato sono tutti fattori che hanno un forte impatto sul benessere fisico e psichico di questi minori e causano l’insorgere delle cosiddette “patologie da ghetto”: malnutrizione, scabbia, tubercolosi, o disturbi psichici come ansia e depressione.

Una ricerca di Associazione 21 luglio (“Ultimo Banco“) focalizzata sul “Progetto di scolarizzazione Rom di Roma Capitale” del periodo 2009-2015 ha riportato dati allarmanti: nella città di Roma 9 minori rom su 10 non hanno frequentato la scuola con regolarità, un minore rom su 2 è in ritardo scolastico e frequenta quindi una classe non conforme alla sua età anagrafica, infine, sulla media dei 1.800 bambini rom iscritti a scuola solo 198 hanno frequentato almeno i tre quarti dell’orario scolastico. Nell’ultimo anno scolastico monitorato, quello del 2014-2015, nella baraccopoli istituzionale di Castel Romano, la frequenza regolare ha raggiunto il suo valore più basso attestandosi al 3,1%. Questi dati dimostrano, una volta di più, come le responsabilità di tale insuccesso siano imputabili principalmente al contesto socio-economico e alle politiche abitative promosse dall’Amministrazione locale.

Gli sgomberi forzati che interessano gli insediamenti informali rappresentano un ulteriore fattore di trauma per i minori delle baraccopoli, rendono le condizioni di vita delle famiglie coinvolte ancora più precarie e costituiscono un ennesimo ostacolo al pieno godimento del diritto all’istruzione, già pesantemente compromesso, dei minori che li subiscono. A Napoli, nel quartiere di Gianturco, uno sgombero forzato ha coinvolto circa 1300 rom in emergenza abitativa, di cui circa la metà minori, provocando una vera e propria diaspora alla vigilia della Giornata Internazionale dei rom e sinti celebrata l’8 aprile di ogni anno.
Per quanto riguarda la Capitale, da un monitoraggio relativo al periodo 1° novembre 2016 – 30 giugno 2017 Associazione 21 luglio aveva registrato nella città di Roma un incremento di operazioni pari al 133% rispetto agli otto mesi precedenti e il 23 ottobre scorso, con lo sgombero forzato numero 29 si è superato il totale di operazioni effettuate dalle forze dell’ordine nell’arco dell’intero 2016.

«Politiche ventennali realizzate su base etnica e destinate ai rom in quanto rom, hanno negli anni alimentato il circolo di povertà ed esclusione sociale – afferma Carlo Stasolla, presidente di Associazione 21 luglio – ostacolando le famiglie rom svantaggiate e traducendosi in barriere per l’accesso a diritti fondamentali, come l’alloggio e l’educazione scolastica. Tra gli obiettivi della Rete Reyn Italia c’è anche quello di promuovere un cambio di rotta nel nostro Paese al fine di incentivare politiche realmente inclusive a partire dalla prima infanzia, all’insegna delle qualità e dell’alta professionalità”.

“Let’s go together”, una pratica educativa di successo dalla Croazia

L’interscambio tra Italia e Croazia sulle pratiche educative innovative, è entrato nel cuore del suo svolgimento con l’intervento di Sanja Brakovic, psicologa e membro della Open Academy di Step by Step Association e Reyn Croazia.

La formatrice ha presentato il contesto nel quale operano, fornendo alcuni dati sulla situazione delle comunità rom in Croazia e sottolineando la mission del network di cui fa parte: la promozione di un’educazione di qualità che metta al centro i bambini e lo sviluppo di una scuola all’interno della quale i piccoli alunni si sentano motivati a comunicare la propria creatività e il proprio potenziale.

Il case study di successo proposto nel training di oggi, “Let’s go together”, è nato nel 2013 e si è concentrato su due obiettivi fondamentali: in primo luogo lo sviluppo delle capacità di insegnanti e dirigenti scolastici per favorire la cooperazione tra scuola e genitori, in secondo luogo il rafforzamento delle competenze genitoriali.

Dopo il primo anno di lavoro, il contesto in cui si opera è profondamente migliorato ma la situazione di partenza era caratterizzata dalla presenza di forti pregiudizi da parte di tutti i soggetti coinvolti. Da una parte era totalmente assente la collaborazione tra insegnanti e genitori, i maestri avevano bassissime aspettative nei confronti degli alunni rom e delle loro famiglie e non esisteva alcuna attenzione nei confronti dei bisogni dei bambini; dall’altra parte anche i genitori avevano scarsissima fiducia verso le proprie competenze genitoriali ed erano scoraggiati a partecipare alla vita scolastica dei propri figli.

Si è cominciato dunque ad operare parallelamente, sviluppando competenze nei professionisti delle scuole attraverso una formazione sul concetto di giustizia sociale e sulla rilevanza pedagogica dell’interfacciarsi con i genitori. Si è poi intervenuti accrescendo la consapevolezza delle famiglie, sia migliorando gli spazi abitativi sia implementando pratiche che favorissero la loro partecipazione alla vita scolastica.

SCARICA LE SLIDE DI SANJA BRAKOVIC

Luca Bravi apre la 3 giorni di interscambio sulle pratiche educative innovative


La tre giorni di interscambio Reyn Italia sulle pratiche educative innovative si è aperta oggi con una lezione frontale di Luca Bravi, ricercatore di scienza sociale dell’educazione presso l’Università di Firenze.

Insieme a lui i partecipanti alla formazione hanno ricostruito la storia della discriminazione nei confronti delle comunità rom partendo dal 1700, quando alcuni sovrani – come Maria Teresa d’Austria – assumevano nei loro confronti una politica di assimilazione forzata e ai quali venivano attribuite tare ereditarie come il nomadismo e l’asocialità. Le politiche di assimilazione durante i regimi fascisti e nazisti si sono trasformate in vere e proprie politiche rieducative applicate parallelamente alle deportazioni e allo sterminio.

Molte delle convinzioni che hanno caratterizzato questi periodi hanno dato vita alla cosiddetta “pedagogia zingara” che ancora oggi regola alcune politiche educative scolastiche (basti pensare che a Pescara per il secondo anno consecutivo esiste una classe monoetnica per soli bambini rom).

Obiettivo di questo incontro è portare a comprendere quanto sia fondamentale, quando si parla di pedagogia, non tenere conto soltanto dell’oggetto della nostra azione ma anche del contesto in cui si opera, cominciando – in primis – dalla decostruzione degli stereotipi di cui è impregnata la società maggioritaria. Molte pratiche educative rivolte a bambini rom, per quanto teoricamente di successo, falliscono a causa del contesto di discriminazione ed emarginazione all’interno del quale sono calate.