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KRAEEYN, ovvero buone pratiche educative dal Kosovo

I quattro membri della rete KREEYN Kosovo

La due giorni di interscambio con i professionisti della rete KREEYN (Reyn Kosovo) – cui hanno preso parte membri e il Kosova Education Center di Prishtina (ONG che si occupa di formazione e attività con bambini della scuola primaria e secondaria, diritti umani e advocacy), Save the Children Kosovo, il Balkan Sunflower Kosovo e il Nevo Koncepti – si è conclusa con successo.

Dopo una prima full immersion nella realtà romana, durante la quale gli ospiti sono venuti in contatto con la realtà di alcune famiglie rom in emergenza abitativa e segregazione ma anche con progetti educativi inclusivi e di successo, nella seconda giornata si è svolto un incontro aperto grazie al quale i partecipanti si sono potuti cimentare in un confronto tra buone pratiche educative tra Kosovo e Italia.

Il dibattito si è aperto con una premessa essenziale, quella di non generalizzare né pensare per stereotipi. È cioè importante condividere informazioni e azioni di successo da rivolgere alla prima infanzia rom, non in quanto rom ma in quanto minori che vivono in condizioni di disagio abitativo e povertà educativa. Passate in rassegna le principali problematiche riscontrate tra gli alunni che vivono nelle baraccopoli italiane (quali il ritardo delle competenze scolastiche accumulato negli anni, le competenze linguistiche, la mancanza di un setting adeguato per lo studio, il senso di esclusione provato in classe dai bambini e l’assenza di motivazione o aspettative da parte degli insegnanti), si è passati all’approfondimento degli elementi comuni tra quelle che sono invece considerate buone pratiche.

Secondo l’analisi di Associazione 21 luglio è possibile conseguire buoni risultati quando si lavora su tre livelli fondamentali: 1. le aspirazioni del bambino; 2. la motivazione e la partecipazione dei genitori; 3. La motivazione degli insegnanti (cambia radicalmente se si dimostra che il bambino è seguito).

Gli interventi del progetto implementato dalla rete kosovara dedicata alla prima infanzia rom (KRAEEYN) sono mirati all’implementazione dell’accesso all’educazione di minori rom, ashkali ed egiziani. Nella testimonianza degli operatori kosovari, l’assenza di una raccolta organica di dati è sentita come un ostacolo preliminare nella valutazione corretta dell’accesso ai servizi delle diverse comunità. Per quanto riguarda l’istruzione, ad esempio, il ministero non ha dati complessivi ma solo quelli parziali su quanti frequentano (uno degli obiettivi del Kosova Education Center è proprio quello di fornire maggiori informazioni sui minori che restano fuori dal circuito scolastico), principalmente perché nelle zone rurali le statistiche non arrivano.

Se tra queste comunità, molte famiglie vivono in condizioni di disagio, specialmente al di fuori delle aree urbane, non esiste alcun tipo di ghettizzazione etnica. Non vengono effettuati censimenti etnici e, nell’accesso ai servizi, si tende piuttosto ad indicare la nazionalità di appartenenza (albanese, turca, serba o kosovara).

Tra diversità e similitudini, l’interessante interscambio con il Kosovo si è concluso con l’intervento di Driton Berisha alla John Cabot University sul fenomeno dei matrimoni precoci e l’impegno attivo per contrastarlo.

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