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Giornata dell’Infanzia, sono 15 mila i minori rom nelle baraccopoli

Si celebra oggi la Giornata per i diritti dell’Infanzia. Associazione 21 luglio e la rete REYN Italia: «I circa 15 mila minori rom che risiedono nelle baraccopoli italiane vivono un’esistenza di diritti negati. È necessario de-etnicizzare le politiche per una reale inclusione».

Roma, 20 novembre 2017. Come ogni anno si celebra anche in questo 2017 la Giornata Internazionale per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza per ricordare la ratifica della Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia avvenuta a New York nel 1989.

In questa occasione Associazione 21 luglio e la rete REYN Italia (Romani Early Years Network) – impegnate nella promozione dei diritti e del benessere delle bambine e dei bambini – denunciano la condizione drammatica in cui versano i circa 15 mila minori rom residenti nelle baraccopoli formali e informali del nostro Paese. Nella Capitale si stima una presenza di circa 4100 minori rom in emergenza abitativa e in condizioni di povertà: 1350 di età compresa tra gli 0 e i 6 anni, 2750 sono quelli tra i 7 e i 18. La vita di tutti questi minori è segnata dall’esclusione sociale, dallo scarso accesso ai servizi sanitari e dalla stigmatizzazione da parte della società. Per questi bambini l’aspettativa di vita è di 10 anni inferiore rispetto alla media, in un caso su 5 non inizieranno mai un percorso scolastico e avranno possibilità prossime allo 0 di intraprendere una carriera universitaria.

A ostacolare il pieno godimento del diritto all’istruzione sono – in primis – le condizioni abitative. La maggior parte delle baraccopoli si caratterizza per la lontananza da servizi essenziali, collocati nelle estreme periferie delle città e spesso a ridosso di zone inquinate e insalubri. La carenza di reddito, la discriminazione, l’esclusione sociale, la deprivazione culturale e l’inadeguatezza dello spazio abitato sono tutti fattori che hanno un forte impatto sul benessere fisico e psichico di questi minori e causano l’insorgere delle cosiddette “patologie da ghetto”: malnutrizione, scabbia, tubercolosi, o disturbi psichici come ansia e depressione.

Una ricerca di Associazione 21 luglio (“Ultimo Banco“) focalizzata sul “Progetto di scolarizzazione Rom di Roma Capitale” del periodo 2009-2015 ha riportato dati allarmanti: nella città di Roma 9 minori rom su 10 non hanno frequentato la scuola con regolarità, un minore rom su 2 è in ritardo scolastico e frequenta quindi una classe non conforme alla sua età anagrafica, infine, sulla media dei 1.800 bambini rom iscritti a scuola solo 198 hanno frequentato almeno i tre quarti dell’orario scolastico. Nell’ultimo anno scolastico monitorato, quello del 2014-2015, nella baraccopoli istituzionale di Castel Romano, la frequenza regolare ha raggiunto il suo valore più basso attestandosi al 3,1%. Questi dati dimostrano, una volta di più, come le responsabilità di tale insuccesso siano imputabili principalmente al contesto socio-economico e alle politiche abitative promosse dall’Amministrazione locale.

Gli sgomberi forzati che interessano gli insediamenti informali rappresentano un ulteriore fattore di trauma per i minori delle baraccopoli, rendono le condizioni di vita delle famiglie coinvolte ancora più precarie e costituiscono un ennesimo ostacolo al pieno godimento del diritto all’istruzione, già pesantemente compromesso, dei minori che li subiscono. A Napoli, nel quartiere di Gianturco, uno sgombero forzato ha coinvolto circa 1300 rom in emergenza abitativa, di cui circa la metà minori, provocando una vera e propria diaspora alla vigilia della Giornata Internazionale dei rom e sinti celebrata l’8 aprile di ogni anno.
Per quanto riguarda la Capitale, da un monitoraggio relativo al periodo 1° novembre 2016 – 30 giugno 2017 Associazione 21 luglio aveva registrato nella città di Roma un incremento di operazioni pari al 133% rispetto agli otto mesi precedenti e il 23 ottobre scorso, con lo sgombero forzato numero 29 si è superato il totale di operazioni effettuate dalle forze dell’ordine nell’arco dell’intero 2016.

«Politiche ventennali realizzate su base etnica e destinate ai rom in quanto rom, hanno negli anni alimentato il circolo di povertà ed esclusione sociale – afferma Carlo Stasolla, presidente di Associazione 21 luglio – ostacolando le famiglie rom svantaggiate e traducendosi in barriere per l’accesso a diritti fondamentali, come l’alloggio e l’educazione scolastica. Tra gli obiettivi della Rete Reyn Italia c’è anche quello di promuovere un cambio di rotta nel nostro Paese al fine di incentivare politiche realmente inclusive a partire dalla prima infanzia, all’insegna delle qualità e dell’alta professionalità”.

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“Let’s go together”, una pratica educativa di successo dalla Croazia

L’interscambio tra Italia e Croazia sulle pratiche educative innovative, è entrato nel cuore del suo svolgimento con l’intervento di Sanja Brakovic, psicologa e membro della Open Academy di Step by Step Association e Reyn Croazia.

La formatrice ha presentato il contesto nel quale operano, fornendo alcuni dati sulla situazione delle comunità rom in Croazia e sottolineando la mission del network di cui fa parte: la promozione di un’educazione di qualità che metta al centro i bambini e lo sviluppo di una scuola all’interno della quale i piccoli alunni si sentano motivati a comunicare la propria creatività e il proprio potenziale.

Il case study di successo proposto nel training di oggi, “Let’s go together”, è nato nel 2013 e si è concentrato su due obiettivi fondamentali: in primo luogo lo sviluppo delle capacità di insegnanti e dirigenti scolastici per favorire la cooperazione tra scuola e genitori, in secondo luogo il rafforzamento delle competenze genitoriali.

Dopo il primo anno di lavoro, il contesto in cui si opera è profondamente migliorato ma la situazione di partenza era caratterizzata dalla presenza di forti pregiudizi da parte di tutti i soggetti coinvolti. Da una parte era totalmente assente la collaborazione tra insegnanti e genitori, i maestri avevano bassissime aspettative nei confronti degli alunni rom e delle loro famiglie e non esisteva alcuna attenzione nei confronti dei bisogni dei bambini; dall’altra parte anche i genitori avevano scarsissima fiducia verso le proprie competenze genitoriali ed erano scoraggiati a partecipare alla vita scolastica dei propri figli.

Si è cominciato dunque ad operare parallelamente, sviluppando competenze nei professionisti delle scuole attraverso una formazione sul concetto di giustizia sociale e sulla rilevanza pedagogica dell’interfacciarsi con i genitori. Si è poi intervenuti accrescendo la consapevolezza delle famiglie, sia migliorando gli spazi abitativi sia implementando pratiche che favorissero la loro partecipazione alla vita scolastica.

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Luca Bravi apre la 3 giorni di interscambio sulle pratiche educative innovative


La tre giorni di interscambio Reyn Italia sulle pratiche educative innovative si è aperta oggi con una lezione frontale di Luca Bravi, ricercatore di scienza sociale dell’educazione presso l’Università di Firenze.

Insieme a lui i partecipanti alla formazione hanno ricostruito la storia della discriminazione nei confronti delle comunità rom partendo dal 1700, quando alcuni sovrani – come Maria Teresa d’Austria – assumevano nei loro confronti una politica di assimilazione forzata e ai quali venivano attribuite tare ereditarie come il nomadismo e l’asocialità. Le politiche di assimilazione durante i regimi fascisti e nazisti si sono trasformate in vere e proprie politiche rieducative applicate parallelamente alle deportazioni e allo sterminio.

Molte delle convinzioni che hanno caratterizzato questi periodi hanno dato vita alla cosiddetta “pedagogia zingara” che ancora oggi regola alcune politiche educative scolastiche (basti pensare che a Pescara per il secondo anno consecutivo esiste una classe monoetnica per soli bambini rom).

Obiettivo di questo incontro è portare a comprendere quanto sia fondamentale, quando si parla di pedagogia, non tenere conto soltanto dell’oggetto della nostra azione ma anche del contesto in cui si opera, cominciando – in primis – dalla decostruzione degli stereotipi di cui è impregnata la società maggioritaria. Molte pratiche educative rivolte a bambini rom, per quanto teoricamente di successo, falliscono a causa del contesto di discriminazione ed emarginazione all’interno del quale sono calate.