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Baraccopoli e scolarizzazione: il diario di Entoni

Salone1

Una nuova pubblicazione dei diari di alcuni ragazzi e ragazze che vivono nella baraccopoli di Sesto Fiorentino, dove il mese scorso si è tenuto il primo convegno LabRom 2017 incentrato sul tema della scolarizzazione dei minori che vivono il disagio abitativo delle baraccopoli. Qual è il ruolo della scuola nella vita di questi bambini, oggi ragazzi? Quanto sono condizionati dalla vita nel “ghetto”?

Mi chiamo Entoni e ho 23 anni. Sono nato a Brescia e ora vivo a Sesto Fiorentino in un campo insieme alla mia famiglia e alla mia ragazza.

I legami con la mia famiglia e i miei amici sono forti: siamo tutti uniti e ci sosteniamo l’uno con l’altro. Per me è facile interagire con gli altri e riuscire simpatico, ho amici anche fuori dal campo conosciuti quando andavo a scuola. Ci sono anche delle persone che vengono a trovarci al campo e che ci aiutano, sono persone di Dio o persone che ci conoscono da anni.
Sento ancora tanto la mancanza di mio nonno, morto nove anni fa: mi teneva sempre vicino e era come un padre per me. Dopo la sua morte sono stato affidato per circa due anni a una famiglia di Sesto. Era un periodo difficile per me, ero un adolescente e in più soffrivo per la perdita del nonno e per la lontananza dal campo. La famiglia affidataria mi ha aiutato con la scuola e con la vita, ora mi dispiace perché qualche volta ho tradito la loro fiducia.

Non sono mai andato alla scuola materna ma ho frequentato senza mai essere bocciato le elementari, le medie e le superiori (ho la qualifica professionale di meccanico presa all’Istituto Professionale Leonardo da Vinci). Avevo anche cominciato il biennio, ma dopo pochi mesi ho lasciato la famiglia dove ero in affido, sono tornato al campo e ho smesso di studiare.

Fino alla quarta elementare ero l’unico del campo nella mia scuola perché in quegli anni ero uno dei più grandi fra i bambini.

Ho fatto molte assenze, soprattutto alle elementari: non andavo a scuola perché non avevo voglia e mi sentivo fuori luogo, così inventavo scuse per non andare come i compiti non fatti. Quando rimanevo a casa giocavo con gli altri bambini del campo che allora erano solo tre o quattro. Alle scuole medie ho cominciato a fare i compiti per casa andando al doposcuola della parrocchia.
Alle superiori ho fatto poche assenze, solo qualche filone per cui sono stato punito dalla famiglia in cui stavo.

Le esperienze migliori sono state quelle delle superiori: è lì che ho cominciato a frequentare altri e a formare gruppi di amici.

A scuola, oltre che le materie come l’italiano o la matematica, ho imparato anche come interagire con le persone, non importa di che razza o religione, ma tutti stanno con tutti.
Alle elementari non mi piaceva nessuna materia, mentre alle superiori mi piaceva quella del mio indirizzo, Meccanica. Per due estati, ho potuto fare, grazie alla scuola, uno stage in un’officina meccanica .

Di solito maestre e professori mi aiutavano e mi sostenevano, ho fatto anche molte amicizie. Non mi hanno mai invitato a una festa di compleanno, però ci vedevamo fuori, in giro per la città, e con molti di loro sono ancora in contatto.
Vedo tanta gente nel campo che la scuola non l’ha finita e io mi sento molto avvantaggiato rispetto a loro.
Il mio titolo di studio non l’ho potuto sfruttare per trovare un lavoro; però, avendo studiato diversi anni, mi accorgo che so cavarmela meglio, per esempio negli uffici, quando c’è da riempire dei fogli o da capire quello che dicono gli impiegati, e ho avuto una bella soddisfazione quando ho fatto il servizio civile per la Caritas con i rifugiati e mi è servito l’inglese studiato a scuola: ero uno dei pochi volontari a saper comunicare con loro!

ENTONI

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