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Monthly Archives: maggio 2017

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Bambini delle baraccopoli e scolarizzazione: l’esperienza di Romina

Durante la due giorni di LabRom a Sesto Fiorentino abbiamo parlato di scolarizzazione dei minori che vivono nelle baraccopoli, ma per capire davvero qual è il vissuto di questi bambini abbiamo chiesto ad alcuni di loro – oggi ragazze e ragazzi – di raccontare e condividere il proprio vissuto. Di seguito il diario di Romina.

Mi chiamo Romina , ho 17 anni, sono nata a Firenze e vivo a Sesto Fiorentino nel campo Rom della Madonna del Piano insieme alla mia famiglia. Ho 4 fratelli, due più piccoli e due più grandi.

Sono andata a scuola: ho frequentato le scuole elementari e la scuola media.
Ho frequentato la scuola materna per un anno.
Ho ripetuto la prima media.

I ricordi più freschi sono quelli delle medie.
C’erano altri ragazzi o ragazze del campo nella stessa scuola ma non erano in classe con me. Mi avrebbe fatto piacere che la Daniela fosse nella mia classe perché non conoscevo nessuno. Però sono venuti loro, gli amici gagè, a fare amicizia: mi hanno detto che avevo gli occhi belli e che avrebbero voluto averli anche loro.
I libri e i quaderni i primi tempi non ce li avevo, me li hanno dati gli educatori del campo dopo un po’ di tempo. Prima me li prestavano i miei compagni.
A casa non facevo mai i compiti.

Ho fatto molte assenze. È anche per questo che in prima media sono stata bocciata Non andavo a scuola perché facevo molta fatica a svegliarmi.

In gita sono andata solo una volta a Roma quando ero in quinta elementare: alle medie invece non ho partecipato alle gite, perché non mi andava, pensavo che non mi sarei divertita.
Durante l’intervallo, alle medie, avevo un paio di amiche che mi stavano vicine. In classe però ce n’era una che mi faceva star male, mi diceva “sei una zingara, puzzi”.
Ricordo il nome soltanto di due o tre compagne di classe, ma non le incontro mai.

Alle feste di compleanno non sono stata mai invitata. Al campo è venuto a trovarmi una volta un compagno per portare un paio di sandali.
Un ‘insegnante mi aiutava a studiare ogni tanto, un paio di volte la settimana, fuori dalla classe. Io uscivo volentieri, e con lei preparavo le interrogazioni.

Io ora so leggere bene tutto, il maiuscolo e il minuscolo, stampatello e corsivo. La matematica invece…..Infatti le materie che preferivo erano italiano e spagnolo.
Avevo il diario ma non facevo nessun compito. Lo usavo solo per gli avvisi.
Lo zaino lo tenevo all’attaccapanni in un posto dove i miei fratelli minori non potevano arrivare.
A casa non parlavo mai della scuola. Solo alla mia sorella minore, che andava anche lei a scuola, raccontavo qualcosa delle offese che mi facevano. Lei mi ascoltava volentieri e mi faceva coraggio.

I miei genitori andavano a parlare con gli insegnanti quando li chiamavano perché facevo troppe assenze.
Quando ho fatto l’esame di terza, avevo preparato Primo Levi. Ricordo la poesia “Se questo è un uomo”. All’esame tremavo dalla paura a vedere tutti i professori davanti a me.

Ricordo che tutti i professori, quando c’era un compito difficile, mi aiutavano. E poi, quando spiegavano a me sola le cose, io li capivo.

Foto di Comune-info

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Stereotipi razziali e “pedagogia zingara”

Oggi vi riproponiamo l’interessante intervento di Luca Bravi, presentato il 19 maggio scorso a Sesto Fiorentino durante la due giorni di LabRom.

Il ricercatore dell’Università di Firenze ha ricostruito la nascita e il percorso della prima “pedagogia zingara” in Italia (1963), ossia pratiche educative profondamente radicate agli stereotipi razziali sviluppati durante il periodo del nazifascismo. Tale studio è stato elaborato non soltanto per il valore storico in sé, ma soprattutto per identificare i punti comuni nell’approccio che – in alcuni casi – viene ancora mantenuto nelle politiche scolastiche odierne.

“La storia dei rom in Italia e in Europa è profondamente legata alle riflessioni di stampo pedagogico e ha maturato da un lato una pedagogia esplicita, quella espressa dalla scuola,” – scrive Luca Bravi nella sintesi del suo lavoro – “dall’altro una pedagogia implicita, quella più difficile da riconoscere e criticare perché nascosta in pratiche che conservano l’etichetta o l’idea dell’inclusione, ma che finiscono sempre per strutturarsi intorno alla ghettizzazione immobile del campo nomadi.”

Per leggere l’abstract dell’intervento clicca qui.