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Monthly Archives: settembre 2016

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Penultimo, quando il gioco si fa duro

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Timoty Donato dell’Associazione sportiva di Torino “Nessuno Fuorigioco”

Buongiorno a tutte e tutti,

sono Timothy Donato di Nessuno Fuorigioco, un’associazione sportiva dilettantistica e di promozione sociale e una Onlus nata nel 2012.

Il progetto Nessuno Fuorigioco è nato nel 2011 ed era dedicato a 12/15 bambini che vivevano nei siti spontanei di Torino Nord (Lungo Stura Lazio e via Germagnano). Inizialmente il nome del progetto era un più conciliante “calcio per tutti”, ma appena abbiamo provato ad iscrivere la squadra al campionato FIGC ci è stato detto che non era possibile a causa dell’assenza della residenza dei partecipanti, rendendo di fatto impossibile la pratica sportiva ai minori non residenti anche se alcuni vivono a Torino da sempre, alcuni ci sono anche nati.

La letteratura ci insegna quanto sia importante lo sport per lo sviluppo del bambino e delle sue relazioni, ma questo non è sufficiente ad affermare che lo sport sia educativo. Affinché lo sport sia realmente educativo è necessario che gli adulti, che gli operatori lo trasformino in una attività educativa.

Il mio intervento si intitola “Penultimo. quando il gioco si fa duro”: in una società che classifica tutto, dove la competizione è sfrenata, dove anche a sinistra la logica dominante sta diventando quella della meritocrazia, io ho deciso di impiegare il mio tempo, le mie energie e le mie competenze professionali ai penultimi.
Penultimi sono i dimenticati da Dio, quelli per cui non c’è Santo che tenga, nemmeno la pietà che si concede agli ultimi.
Penultimi senza diritti, discriminati. emarginati. E non c’è più penultimo dei ragazzi e delle ragazze che vivono nei siti spontanei.
Siamo partiti con un gruppo di 12 bambini adesso siamo 95 soci/e, di cui circa la metà sono minori e giovani adulti/e che giocano nelle nostre 3 squadre: due maschili ed una femminile che militano nel campionati Uisp.

Abbiamo deciso di giocare a calcio perché:

1) il calcio è il gioco più bello del mondo e sapevamo sarebbe stato più facile coinvolgere i partecipanti attraverso il gioco del calcio
2) il calcio ci dava la possibilità della continuità nel tempo: tutte le settimane, tutti i mesi, tutti gli anni
3) il calcio piace a tutti, il calcio ci dava la possibilità di dare visibilità a ragazzi che altrimenti non vengono mai visti, o al massimo guardati con sospetto. Il tifo è una delle parti fondamentali della riuscita del progetto.

Ma come dicevo prima il calcio, lo sport, non è “magicamente” educativo, è un’occasione e sta a noi adulti renderlo un’esperienza altamente educativa.
Nessuno Fuorigioco è un laboratorio di coesione sociale (col pallone tra i piedi) è un laboratorio aperto a tutte e tutti, che si rivolge a tutto il territorio in cui insistiamo. Le squadre sono attualmente frequentate dal gruppo storico di ragazzi e ragazze che vivono (o vivevano) nei siti spontanei, dai loro coetanei e dalle loro coetanee italiani/e, marocchini, egiziani, moldavi..lo scopo è la creazione di una nuova solidarietà dal basso, una solidarietà tra penultimi!
Il compito di noi adulti è quello di accompagnare i ragazzi e le ragazze nel loro percorso di crescita, stimolando il loro protagonismo, la loro autodeterminazione e il loro potere decisionale all’interno dell’associazione (perché loro sono nostri soci e nostre socie!). Stimolare la loro voglia di giocare e di mettersi in gioco.
Non è facile, perché anche se siamo un’associazione dichiaratamente antirazzista non siamo immuni dal razzismo, nemmeno da quello endogeno.
Come recita il claim della nostra tessera associativa (mutuata dal Barcellona) noi siamo mas que un club, più di un club, siamo oltre il calcio, perché, a differenza di quanto avviene nelle altre squadre, noi chiediamo di più ai nostri piccoli soci: chiediamo loro di diventare comunità, di prendersene cura, di assumersi la responsabilità della nostra associazione. Di proporre, discutere, aiutare noi adulti a prendere decisioni (dove andare in ritiro, dove fare la cena di Natale e il pranzo del 25 aprile, quali altre attività potremmo organizzare)…
Non è facile, soprattutto perché non bisogna confondere gli obiettivi con i prerequisiti.
La cosa sorprendente è che i ragazzi rimangono con noi, provano nostalgia per noi quando sono lontani. Significa che credono nel percorso che viene loro proposto. Significa che rappresentiamo per loro un porto sicuro.

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“Raccontare tra mondi”: educare alla multiculturalità

Multiculturalismo

Dagli appunti REYN di Annachiara Perraro, consulente pedagogica e antropologa.

1. L’educazione alla multiculturalità è anche intesa come rispetto della cultura altrui, alla gestione della diversità culturale con i suoi possibili conflitti, alla costruzione di un rapporto più equilibrato con l’altro, basato su una pari possibilità di accesso alla dimensione linguistica dell’interlocutore.
Parlare e apprezzare la lingua dell’altro costituisce poi un segno di disponibilità, di cooperazione che facilita i rapporti sotto vari aspetti. È nell’esperienza di chiunque abbia abitato all’estero, come parlando anche poco la lingua di una comunità si abbiano maggiori possibilità di costruire relazioni significative con questa comunità.

2. La scuola è storicamente sorta come istituzione dalle politiche di affermazione degli Stati Nazionali, miranti a formare i futuri cittadini e a realizzare un’unificazione culturale e linguistica sulla base della quale fondare l’identità della nazione. Perciò essa ha sempre risposto con difficoltà alle esigenze degli allievi e delle allieve portatrici di differenza.

Nella scuola si riscontra la tendenza a perpetrare dei metodi spesso inadeguati che non considerano e non valorizzano le differenze, cercando spesso di uniformare gli allievi e le allieve.
Questo processo diventa dunque negazione della differenza!

Ciò vale in special modo per i bambini e le bambine rom e sinti perché la loro diversità non è per nulla conosciuta e riconosciuta. Nulla si sa di loro e della loro provenienza ( o di quella dei genitori, dei familiari), nulla della loro cultura orale millenaria, votata da sempre alla resilienza, che le ha consentito di sopravvivere anche all’interno di società davvero ostili.
(TUTORI DI RESILIENZA)
Gli studi filologici e linguistici hanno accertato che alla base di rom e dei sinti che viene denominata romani chib o romanes, vi è una derivazione dalle antiche lingue dell’india (il sanscrito, la lingua Hindi, il panjabi)

3. Molto spesso gli scolari e le scolare rom e sinti nascondono la loro identità e la loro lingua, non di rado su input degli insegnanti e delle famiglie di appartenenza. Tutto questo genera al bambino un disagio difficile da gestire: troppo grande infatti è per lui il contrasto tra la fierezza intracomunitaria, e il pudore, il nascondimento, la mistificazione delle origini nella piccola società di gagi che è la classe. Così il bambino rom o sinto rischia di sentire solo il peso dei pregiudizi e dell’ostilità e di non riconoscersi come portatore di una cultura.
Ciò che rende difficile il percorso scolastico di questi bambini e di queste bambine è anche il dover confrontarsi con contenuti culturali diversi o talvolta conflittuali rispetto al proprio universo psicoculturale. Da una lingua orale ad una lingua scritta.
In particolare, per quanto riguarda gli allievi e le allieve rom e sinte, bisogna tener conto del passaggio dalla loro cultura orale, immagnifica, partecipativa, situazionale, alla cultura dei segni scritti, delle parole che trascritte sulla carta perdono il senso e il significato intensamente comunicativo e contestualizzato che invece possiedono, se pronunciate nei vari universi di discorso in famiglia o nella propria comunità.

Tutti gli studi, da quelli filosofici e antropologici, da quelli psicoculturali a quelli psicolinguistici, mostrano come questo passaggio implichi una ristrutturazione della mente e un profondo cambiamento che tutti I bambini e le bambine attraversano.
Esso richiede tempi adeguati e un processo di apprendimento cognitivamente più complesso per quelli che provengono da culture orali.
In loro per esempio è differente il tipo di percezione intorno a cui si organizza l’esperienza perché prevale l’azione centralizzante del suono che unifica il mondo, rendendolo un fenomeno continuo in cui l’essere umano si sente collocate al centro. Nelle culture chirografiche si afferma invece la centralità della vista.
Il passaggio al mondo dei segni scritti implica uno straniamento cognitive per I bambini e le bambine rom e sinte. Dal pensiero a forme astratte e decontestualizzate. La scrittura rappresenta un oggetto potente e affascinante da cui I bambini e le bambine rom e sinte vorrebbero impadronirsi e liberarsene.

Le raccomandazioni del Parlamento Europeo (2006) riconoscono alla scuola un ruolo centrale come istituzione promotrice delle competenze chiave che implicano lo sviluppo di competenze personali e interpersonali a partire dal contesto scuola. Diventa, pertanto, fondamentale predisporre programmi educativi specifici per consentire ai bambini di acquisire le competenze necessarie ad affrontare e superare gli ostacoli che possono incontrare durante il percorso scolastico e di vita, potenziando così la resilienza.
La resilienza è la capacità del soggetto di attuare processi di riorganizzazione positiva della propria esistenza, nonostante l’aver vissuto esperienze critiche, traumatiche che lasciavano prevedere un esito negativo (Milani and Ius, 2010); si definisce come processo di adattamento positivo di un soggetto a situazioni stressanti (Masten, 1994).
Essere resilienti significa comprendere quali risorse attivare per ritrovare una dimensione positiva della vita (Canevaro et al., 2001) e ciò prevede lo sviluppo di competenze sociali, emotive e cognitive necessarie al superamento delle difficoltà, nonché l’acquisizione di competenze individuali.

4. Necessità di ripensare i metodi di insegnamento-apprendimento della lettura e scrittura.
Esplorazione dei segni scritti come avventura della mente!

L’idea che lo sviluppo del pensiero, della memoria, del ragionamento e della capacità di problem-solving non possa essere compreso prescindendo dai diversi contesti storico-culturali e socioculturali, andata affermandosi nel secolo scorso a partire dagli studi di Vygotskij (fin dal 1930) e Bruner. Lo sviluppo ha una natura non solo biologica, ma anche culturale, e l’apprendimento cognitivo infantile avviene in contesti socio-culturali specifici e si avvale delle tecnologie elaborate da una specifica cultura, come ad esempio il linguaggio e la scrittura. Cfr. Vygotskij (1980); Bruner (1992).

“Ogni lingua dice il mondo a modo suo”. (R.Steiner)

Scarica qui le slide riassuntive.

Ecco il video della rete REYN!

REYNChe cos’è la rete REYN? Chi ne fa parte e quali sono i vantaggi di chi entra in questo network?
Ecco un breve e simpatico video pubblicato da ISSA (International Step by Step Association) e sottotitolato da noi in italiano. Buona visione!